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Il prisma delle rappresentazioni del paesaggio artico degli Inuit e dei Qallunaat: l'esempio del Nunavik

Publié le 14/03/2022
Auteur(s) : Fabienne Joliet, Professeure - Agrocampus Ouest, Angers
Laine Chanteloup, Professeure assistante en géographie des ressources de montagne - Université de Lausanne
Traduction :
Cesare Censi, Directeur scientifique de la revue Il Polo
L'articismo, la rappresentazione dell'Artico da parte dei Qallunaat, cioè degli eurocanadesi, è una forma di esotismo, un'immagine proiettata sull'altro. Basato sui miti paesaggistici del "grande bianco" e della natura indomabile, è attivo ancora oggi quando si ignora il punto di vista Inuit sui paesaggi artici. Ora, questo mostra un'appropriazione delle percezioni del paesaggio attraverso una serie di pratiche e rapporti con lo spazio, e credenze che sono politicamente rivendicate dagli Inuit.

Voir l'original en français : « Le prisme des représentations paysagères arctiques des Inuits et des Qallunaat : l’exemple du Nunavik (Canada) »
Questa è la traduzione di un articolo in francese di 2020: "Le prisme des représentations paysagères arctiques des Inuits et des Qallunaat : l’exemple du Nunavik (Canada)"

Bibliografia | citare l'articolo | français | italiano

In La storia futura dell’Artico, Emmerson sottolinea che l’Artico è “soprattutto un’idea” (2010, p.4), “un quadro mentale” basato sui seguenti preconcetti: “Freddo, isolato, vuoto, bianco, incontaminato, p. 400”. Tuttavia, questo autore aggiunge che in gran parte questi preconcetti sono falsi e fuorvianti e che l’Artico copre molteplici significati secondo i mestieri, ma soprattutto secondo l’abitante Inuit o lo straniero (chiamato “Qallunaat” dagli Inuits) che c’è stato o chi ci fantastica.

Questa diversità di rappresentazioni artiche ruota attorno a due pilastri, che sono le cosmovisioni autoctone tradizionali e quelle europee colonizzatrici. Entrarono in contatto dal XVI secolo sulla Terra di Rupert, territori della Baia di Hudson, appropriati dalla Compagnia della Baia di Hudson per lo sviluppo del commercio di pellicce e venduti al Canada nel 1870. Da allora è in corso un gioco di influenze e trasferimenti culturali relativamente univoci, che offre una realtà complessa di scambi tra euro-canadesi e autoctoni.

Il Nunavik, la parte settentrionale del Québec situata tra il 55° e il 62° parallelo, combina le influenze della colonizzazione subita (sedentarizzazione, scolarizzazione, lavoro salariato, cristianizzazione degli Inuit), della resistenza autoctona manifesta (Convenzione della Baia di James e del Canada del Nord, autogoverno, lingua e credenze tradizionali rivitalizzate, toponomastica) e della globalizzazione in gran parte desiderata (media, cultura, tecnologie). Resta il fatto che nel Nunavik non si può parlare di acculturazione, ma di alterità, il cui grado e le cui forme assumono vari aspetti a seconda del periodo storico e secondo la fascia d’età della popolazione autoctona, passata nel XX secolo dalla “banchisa al congelatore”, per usare un titolo di Thibault Martin (2003).

Oltre al suo isolamento fisico e al clima ostile, comune alla maggior parte dei territori artici, il Nunavik è stato al centro di una rivalità tra coloni e del tardo intervento statale. In effetti, le rivalità coloniali tra anglofoni e francofoni nel Québec da un lato, e il recente interesse del governo del Québec verso il “suo Grande Nord”, che fino agli anni ‘60 era concentrato sullo sviluppo del “Québec utile” al Sud, non hanno permesso l’assimilazione autoctona. Resta il fatto che la combinazione di questi fattori ha generato profondi sconvolgimenti e devastanti alterità, come evidenziato in particolare dal più alto tasso di suicidi nel Québec ((10 % della mortalità inuit tra il 2005 e il 2009, 19 suicidi nel Nunavik nel primo semestre 2019.)).

Il prisma delle rappresentazioni dell’Artico è ancora oggi articolato attorno a queste due polarità culturali, come dimostrano le nozioni contemporanee di “articismo” (Huggan, 2015) promosse dal Paradigma Occidentale Classico Moderno (POCM, Berque 1990).) e di “inuititudine” (Freeman, 1978; Duvicq, 2014, Joliet e Chanteloup, in corso di stampa) alla base delle rivendicazioni autoctone. Queste due nozioni fanno parte entrambe di una dinamica postcoloniale, suscitando la vista “dall’esterno” e la vista “dall’interno”. La nozione di articismo, riecheggiando l’orientalismo di Said (1980), si riferisce al modo in cui l’Artico è stato costruito dall’Occidente, mentre l’inuititudine si riferisce a una resilienza che si basa sull’essenza dell’Essere Inuit oggi. Infine, all’interno di queste rappresentazioni dell’Artico, ci sono quelle del paesaggio. Tutte le relazioni nell’ambiente non sono legate al paesaggio (Berque 1990). Il rapporto paesaggistico è una motivazione estetica alimentata da pratiche che conservano i ritratti della natura, che rafforzano il benessere armonioso di una società e il suo senso di appartenenza, pratiche i cui schemi corrispondono a una cosmologia e quindi al modo di essere nel mondo.

In questo articolo, senza voler contrastare o generalizzare queste rappresentazioni paesaggistiche che sono di fatto complesse, in evoluzione e sempre in ricostruzione, si cerca di identificare e caratterizzare la persistenza delle aspettative paesaggistiche occidentali costruite dall’articismo occidentale e la resilienza paesaggistica di madre terra evidenziata dall’iniutitudine.

Dodici anni di ricerca nel Nunavik e nel Nord del Canada hanno dimostrato la persistenza e la riorganizzazione di queste aspettative e pratiche paesaggistiche che coesistono, che a volte competono tra loro, come quando si creano miniere, parchi nazionali o stazioni di ricerca. I nostri risultati qui presentati sono il risultato di un lavoro “con” le immagini paesaggistiche dei nunavimmiut (2008-2019), gli abitanti autoctoni del Nunavik, di un lavoro “sulle” immagini del Nunavik prodotte dagli eurocanadesi e quelle del Wilderness prodotte dall’Occidente (2006-2008), alle quali si aggiunge lo studio del territorio di Arviat nel Nunavut (2009-2013). Dopo aver presentato gli elementi di contesto che presiedono a rappresentazioni e pratiche plurali del paesaggio artico, vedremo come e in che modo i “Qallunaat” e gli Inuit ne fanno una diversa realtà paesaggistica, senza escludere ispirazioni e trasferimenti insiti nei contatti culturali.

 
Riquadro 1. I Qallunaat, i «Bianchi» visti dagli Inuit

Mini Oadla Freeman (1978), autrice Inuit, nel suo libro La mia vita tra i Qaallunaat, ha notato quanto fosse difficile definire etimologicamente il termine. In particolare, ha messo in dubbio la traduzione letterale di “prendersi cura delle proprie sopracciglia” in un contesto in cui i primi esploratori dell’Artico non sembravano molto preoccupati del loro aspetto fisico. Rifiuta anche l’idea che gli Inuit facessero una distinzione sul colore della pelle, dato che la parola qallunaat oggi è ampiamente tradotta per designare i “Bianchi”. Secondo lei, la parola Qaallunaat deriva originariamente dalla parola “qallunaaraaluit”, tradotta con “esseri umani rispettabili, avidi, materialisti che possono fare qualsiasi cosa con del materiale”. Altri autori, come Zebedee Nungak, partecipano alla diffusione di questa parola in modo più satirico, avendo inventato la “qallunaalogia”. Questa sarebbe lo studio dei “Bianchi”, una risposta critica al modo in cui hanno sviluppato un numero esponenziale di studi sul popolo Inuit. Un film satirico realizzato nel 2006 da Mark Sandiford in collaborazione con Zebedee Nungak, mette in scena questa qallunaalogia, si chiama: Qallunaat! Perché i bianchi sono divertenti.


 

1. Rappresentazioni paesaggistiche contrastanti dell’Artico canadese: elementi di contesto

Le rappresentazioni del paesaggio artico riguardano un territorio con componenti specifiche che presuppongono di essere caratterizzate per capire come sono percepite e configurate secondo i diversi filtri culturali presenti.

1.1. L’ambiente polare canadese

Così come è difficile determinare con precisione l’ubicazione delle regioni polari artiche, che fanno spesso riferimento alle terre settentrionali a Nord del Circolo Polare (60° N) e attorno al Polo Nord, è necessario adottare un approccio geografico e sociale dell’Artico canadese (Chanteloup, in corso di stampa). È per questo motivo che Louis Edmond Hamelin (1975) ha definito un indice di nordicità basato su 10 VAlori POlari (VAPO). Questi tengono conto degli elementi naturali e del tipo di occupazione umana, consentendo di misurare la nordicità di diversi luoghi a Nord del 50 ° parallelo, che può variare nel tempo e non essendo indicizzata unicamente sulla latitudine. L’Artico canadese comprende, quindi, i territori situati nel Nord del Canada caratterizzati da condizioni climatiche estreme legate al suo clima freddo. Tuttavia, questo clima non si traduce automaticamente in paesaggi innevati tutto l’anno. Infatti, se la geomorfologia dei suoli è segnata dalla presenza del permafrost e gli ecosistemi sono caratterizzati dalla loro lenta rigenerazione, il Sud dell’Artico canadese ha una linea isotermica di 10° C di temperatura media a luglio, che si confonde con il limite settentrionale degli alberi.

Documento 1. Limite degli alberi

Fabienne Joliet, juillet 2008 — Limite des arbres et fonte du pergélisol

Il permafrost si scioglie, aprendo delle linee d'acqua e delle paludi durante l'estate, Kuujjuarapik, Nunavik. Foto: Fabienne Joliet, luglio 2008.

Documento 2. Vista aerea del paese d’Arviat, Nunavut

Laine Chanteloup — Limite des arbres et fonte du pergélisol

Foto: Laine Chanteloup, 2011.

L’isolamento geografico è molto importante. La costruzione di strade è impossibile e la rete aerea è la più veloce per coprire le lunghe distanze che separano le comunità (doc 3 e 4). Questo isolamento e l’accessibilità limitata influenzano l’immaginario proiettato su questi spazi artici e il modo di sviluppo di questi territori situati alla periferia dei centri decisionali.

Documenti 3 e 4. I sistemi aerei delle compagnie First Air e Air Inuit nel Nunavik

Joliet et Chanteloup — First Air

Il sistema delle rotte aeree è a volte l’unica forma di mobilità tra le comunità artiche canadesi. I villaggi formano un arcipelago aereo, non ci sono strade. Fonte: screenshot del sito web delle compagnie.

Joliet et Chanteloup — Air Inuit

Questi territori dell’Artico canadese sono abitati per la maggior parte da popolazioni autoctone, principalmente dagli Inuit sulla costa e, in misura minore, ai margini meridionali, dai popoli amerindiani delle prime nazioni Cree, Naskapi, Gwich’in... Dagli anni ‘70, il crescente riconoscimento di questi popoli, e in particolare degli Inuit che si sono organizzati a livello internazionale nel Consiglio Artico e a livello pan-canadese all’interno dell’Inuit Tapiriit Kanatami, ha permesso l’emergere di una definizione politica autoctona di questo Artico canadese chiamato Inuit Nunangat. Inuit Nunangat copre quasi il 35% della massa terrestre del Canada, il 50% della sua costa e ospita 53 comunità principalmente stabilite sulle coste. Va notato che mentre è consuetudine parlare degli Inuit in modo inclusivo, le variazioni locali sono importanti e fortemente radicate nei territori, nelle loro risorse e nelle loro storie. La Cintura Inuit canadese attraversa 4 diversi fusi orari e la distanza tra la comunità Inuit più meridionale (Kuujjuarapik) e quella più settentrionale (Grise Fjord) è di 2.360 km.

Documento 5. L’Inuit Nunangat, una definizione politica autoctona dell’Artico canadese

Joliet et Chanteloup — Inuit Nunangat

Fonte: Stratégie nationale inuite sur la recherche

 

1.2. Da un fronte pionieristico al riconoscimento dei territori autoctoni: capire le sfide delle rappresentazioni del paesaggio artico

Fu nel XVI secolo che si stabilirono i primi contatti tra europei e Inuit durante i viaggi di pesca al merluzzo sulle coste del Labrador. Le prime descrizioni dettagliate della cultura Inuit furono portate in Europa dagli esploratori alla ricerca del passaggio di Nord- Ovest, da Martin Frobisher nel 1576 a Franz Boas nel 1883. Questi viaggi per mare saranno presto seguiti da spedizioni via terra organizzate per sviluppare il commercio di pellicce. Così, la Compagnia della Baia di Hudson, fondata nel 1670 in Inghilterra, aprì la sua prima stazione commerciale in direzione Nord a Churchill nel 1717, seguita nel XIX secolo dalla società francese Fratelli Révillon. Quindi, iniziò un commercio regolare tra Inuit e Qallunaat. Questi contatti trasformeranno profondamente lo stile di vita Inuit con l’introduzione di nuove tecnologie come le armi da fuoco, ma anche diversi prodotti alimentari, alcol, malattie, rendendo questo popolo nomade sempre più dipendente dai vari posti di commercio e poi dalle missioni cristiane che si stabilirono poco a poco in tutto il Nord. È stato durante il XX secolo che il Canada ha cercato di sedentarizzare gli Inuit per combattere lo sviluppo di carestie e malattie. Anche la scuola è stata resa obbligatoria. La creazione di villaggi e il trasferimento di alcune popolazioni ha permesso alle autorità canadesi di controllare meglio i territori artici, in particolare durante l’istituzione della “Dew-Line” (documento 6), linea di difesa radar installata dal governo canadese in collaborazione con gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda (Canobbio, 2009). È durante questo periodo che la Royal Canadian Mounted Police, di fronte a una maggiore presenza di cani da slitta nei villaggi a causa della sedentarizzazione e al fine di limitare i disordini, gli attacchi all’uomo e la diffusione di malattie, abbatterà gran parte di questi cani. Questa azione rappresenta ancora un grave trauma per gli Inuit, che hanno visto il loro modo di vivere cambiare con una profonda messa in discussione delle pratiche di caccia in quanto le mute di cani rappresentavano il loro principale mezzo di trasporto, che sono stati sostituiti dalle motoslitte e le quattro ruote.

Documento 6. La Dew Line durante la guerra fredda

Poniatowski — guerre froide

Dopo le postazioni commerciali e le missioni evangeliche, i radar della Guerra Fredda costituiscono una linea di demarcazione artica del Canada.

 
 
Riquadro 2. Verso un riconoscimento commemorativo del massacro dei cani da slitta

Negli anni 2000, la società Makivik, che rappresenta gli Inuit di Nunavik, e l’associazione Qiqitani Inuit (Nunavut orientale) si sono impegnate in una lotta con il governo federale canadese e il governo provinciale del Québec per il riconoscimento ufficiale del massacro dei cani negli anni 1950-60 e l’impatto distruttivo che questa azione ha avuto sullo stile di vita degli Inuit. Al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica su questi eventi sono stati realizzati due documentari sull’argomento. Il governo del Québec ha ufficialmente riconosciuto il massacro di cani e i suoi effetti nel 2011, mentre il governo federale canadese ha chiesto scusa agli Inuit di Qiqitani nell’agosto 2019.


 

La traiettoria dell’Artico canadese ha subito un’inflessione a partire dagli anni ‘70. Con la firma del Trattato della Baia di James e del Québec del Nord (Nunavik), gli Inuit e le Prime Nazioni iniziarono a essere riconosciuti e ad affermare i loro diritti sulla terra. Questo primo trattato ha portato nel 1986 alla creazione del Nunavik (regione a Nord del Québec con un’amministrazione regionale autoctona) (Canobbio, 2009), seguito da diversi accordi con la creazione dei quattro territori Inuit che compongono Inuit Nunangat, tra cui la creazione di Nunavut nel 1999. Questo territorio federale Inuit, creato il 1 aprile 1999, garantisce l’autonomia politica alle popolazioni Inuit di questo territorio unendo un governo etnico con un governo pubblico (Dubreuil, 2014).

Document 7. Bandiera del Nunavut

Drapeau du Nunavut

La stella rappresenta la stella polare, Niqirsuituq. È il punto di riferimento tradizionale, stabile e onnipresente per i navigatori, proprio come gli anziani della comunità. L'inukshut, al centro della bandiera, rappresenta i monumenti di pietra che aiutano gli umani ad orientarsi nel territorio e ch indicano anche luoghi sacri e degni di nota. Il colore rosso rappresenta il Canada e i colori blu e giallo simboleggiano la ricchezza della terra, del mare e del cielo. Fonte: Assemblea legislativa del Nunavut.

 

Gli Inuit canadesi continuano la loro lotta per un migliore riconoscimento dei loro diritti e la gestione del loro ambiente, le cui risorse naturali sono sempre più ambite a livello internazionale. Il territorio artico, quindi, è sempre più esaminato, studiato e investito da diversi interessi socio-economici e scientifici occidentali. Tra il 1996 e il 2011 lo testimonia il numero di pubblicazioni scientifiche relative all’Inuit Nunangat, aumentato di quasi il 200%: una media di una pubblicazione per ogni 3 abitanti Inuit nel 2011 (ITK, 2018). Nonostante questo crescente interesse esterno, le disuguaglianze sociali ed economiche degli Inuit Nunangat rispetto all’intero Canada restano molto marcate, sia in termini di alloggi, di accesso all’assistenza sanitaria o all’istruzione.

Documento 8. Disuguaglianze sociali ed economiche nell'Inuit Nunangat

Stratégie nationale sur la inuite sur la recherche - inégalités sociales et économiques dans l'Inuit Nunangat

Fonte: Stratégie nationale inuite sur la recherche

  • Alloggi sovraffollati: Inuit Nunandat 52% / Insieme dei Canadesi 9%
  • Titolo di studi superiori: 34% / 86%
  • Precarietà alimentare: 70% / 8%
  • Reddito mediano: 23.485 $ / 92.011$ (Canadesi non-autoctoni)
  • Medici per 100.000 persone: 30 / 119 in città
  • Tasso di occupazione: 47,5% / 60,2% (insieme dei Canadesi)
  • Speranza di vita: 72,4 anni / 82,9 anni (Canadesi non-autoctoni)
  • Tasso di mortalità infantile: 12,3 ‰ / 4.4 ‰ (Canadesi non-autoctoni)

grandi per questa giovane popolazione la cui età media è di 23 anni, contro i 38,8 anni del resto della popolazione canadese (Statistics Canada). Diverse visioni del mondo devono ora accordarsi sullo stesso territorio secondo una doppia polarità: una cosmovisione euro-canadese dualista che stabilisce una rottura tra l’Umanità e la Natura e una cosmovisione olistica animista del mondo che sviluppa una concezione allargata del vivere dove lo spirituale e il mondo materiale fisico sono intrecciati (Chanteloup et al. , 2018; Joliet, 2014).

2. Persistenza dei paesaggi dell’articismo: dal mito ghiacciato al laboratorio a cielo aperto

I paesi europei hanno un profondo attaccamento ai poli, come testimoniano in Francia le saghe degli esploratori Paul-Émile Victor e Jean Malaurie, un’Ambasciata dei Poli, un Istituto Polare Francese (IPEV), un’Arctic Week dal 2018.

Le rappresentazioni del paesaggio artico sono prodotte principalmente da e per gli occidentali. Vedremo come il mito del Grande Nord o del Grande Bianco (la neve e la banchisa sarebbero una qualità immanente dell’Artico) ha segnato le rappresentazioni del paesaggio artico costruite dall’Occidente e quali paesaggi sono emblematici oggi. Questo mito ghiacciato che presiede alle rappresentazioni occidentali dell’Artico e attiva pratiche specifiche, ha conosciuto un’inflessione. Dai dipinti realizzati al ritorno dei primi esploratori fino alle dettagliate descrizioni scientifiche dei villaggi e del loro ambiente dal XX secolo in poi, il ritratto paesaggistico del Grande Bianco si è rivelato gradualmente, alimentando nuove aspirazioni e pratiche in un ambiente artico oggi più che mai soggetto alle influenze della globalizzazione.

2.1. Dal mito del Grande Bianco ...

Basta dare uno sguardo ravvicinato alla mappa dell’Artico circumpolare per rendersi conto che i mari e le isole prendono il nome dagli europei che li hanno scoperti o in onore di chi li ha scoperti, ignorando ogni toponomastica autoctona esistente: Mare di Hudson, Isola di Bylot, Isola Regina Elisabetta, Isola di Baffin, ecc. Questo territorio artico canadese così denominato (etimologia greca arktos, Antomarchi, Joliet in corso di stampa), è infatti appropriato per gli euro-canadesi come terra nullius. Senza esserci mai stato, Mercatore fu il primo a tentare di mappare il Polo Nord nel XVI secolo (documento 9).

 Document 9. La prima mappa dell’Artico, in proiezione polare, di Mercatore (XVI secolo)

Mercator — carte de l'Arctique en projection polaire

Fonte: L’apparizione del Nord, Biblioteca dell’università Laval.

 

Il ritratto emblematico dell’euro-canadese Grande Bianco è caratterizzato dalla vasta scena della banchisa, degli iceberg, delle aurore boreali, animata dai motivi eschimesi (con il kayak, l’igloo, l’inukshut , la slitta trainata dai cani), gli orsi, le balene e le foche. Queste scene, ripetute più e più volte nei diari di viaggio, nei romanzi di Jules Verne (documento 10), nei dipinti di Landseer, nelle incisioni sul settimanale L’Illustration, nel film Nanuk l’eschimese (documento 11) portano al mito (Joliet, 2014). Fino alla metà del XX secolo questi sublimi “orrori” esercitarono un fascino romantico, legittimato dal proselitismo della chiesa cristiana e dal richiamo del guadagno dal commercio delle pellicce.

Documento 10. Copertina dell'edizione originale de Le Avventure del capitano Hatteras di Jules Verne (1867)

Jules Verne — Aventure du capitaine Hatteras

Il sottotitolo “Gli inglesi al Polo Nord” si riferisce alla competizione tra Francia e Inghilterra per conquistare le terre ai confini del mondo durante il commercio delle pellicce. Sullo sfondo di un paesaggio bianco dagli elementi selvaggi, si vedono la nave della spedizione e gli esploratori.

Documento 11. Locandina recente di Nanuk l’eschimese (1922)

Flaherty — Nanouk l'Esquimau

Il film del geometra Flaherty sul Nunavik è il primo riferimento etnografico sugli “eschimesi”. Questo film, realizzato nel 1922, è ancora un mezzo di spettacolo sonoro molto diffuso e una testimonianza ancora utilizzata per conoscere la cultura Inuit. Sempre sullo sfondo bianco, questa volta sono gli eschimesi che occupano la scena con le loro slitte trainate dai cani e i loro abiti tradizionali in pelliccia di animale. Vedere il film su YouTube.

2.2. ... Al Wilderness scientifico, ricreativo e sempre all’avanguardia

Un nuovo tipo di frequentazione contribuisce a fissare in modo figurativo e realistico i paesaggi artici fino ad allora fantasticati dagli euro-canadesi. La frequentazione occidentale del Wilderness artico si fa più numerosa e distribuita nel corso delle stagioni diventando accessibile grazie al regolare traffico aereo. In questo modo permette di scoprire un volto estivo dell’Artico fino a ora ignorato: il verde della sua tundra e l’azzurro dei suoi mari senza ghiaccio. Il Wilderness è un’icona della natura descritta come selvaggia, originale, immensa, disabitata, inventata in Nord America nel XIX secolo. È questo concetto di paesaggio che ha dato vita ai parchi nazionali e poi alle riserve faunistiche e vegetali. Questi due versanti del Wilderness artico contemporaneo contribuiscono così a forme di esperienze in forte crescita, le scienze ambientali e il turismo naturalistico “selvaggio”, dando origine a rappresentazioni paesaggistiche che stanno ora inondando i social network (Joliet, in corso di stampa) e animando la causa di molte ONG (vedere documento 26). In effetti, la combinazione del progresso tecnologico - in particolare la rappresentazione cartografica dettagliata, le reti aeree che assicurano l’accessibilità regolare all’Artico, le reti Internet - con l’accelerazione del riscaldamento climatico al Polo Nord, ha portato a una partecipazione senza precedenti di ricercatori, volta a misurare l’evoluzione di una natura soggetta ad antropizzazione, percepita sempre più come distruttiva. Il pubblico dei visitatori qallunaat dell’Artico, quindi, è oggi rappresentato in parte da scienziati sempre più numerosi, con l’insediamento crescente di stazioni di ricerca (documento 13).

Document 12. Contemplazione dello spettacolo paesaggistico del "Grande Bianco"

Fabienne Joliet — grand blanc

Una ricercatrice che contempla il paesaggio della baia di Hudson. Foto: Fabienne Joliet, marzo 2011.

Documento 13. Stazione di ricerca nel Nunavik

Fabienne Joliet — station scientifique

Stazione di ricerca del Centro di Studi Nordici e del Centro di Ricerche Makivik ristrutturato e dotato di energia solare, Lac à l'Eau Claire, latitudine 56°N, estate, (Nunavik), Foto: Fabienne Joliet, agosto 2012.

È infatti il mito ghiacciato in via di estinzione che il turismo paesaggistico “incontaminato”, “ribelle” aspira a contemplare (Antomarchi, 2005, 2017). La moltiplicazione dei parchi nazionali e delle riserve naturali negli ultimi trent’anni costituisce oggi lo scenario principale per lo sviluppo del turismo artico, garantito da guide e accessibile da sentieri segnalati. La creazione di questi parchi ha anche un’importante dimensione politica in quanto permettono, in particolare al Québec, di raggiungere il coefficiente federale minimo richiesto dell’8% di aree protette.

Documento 14. Aree marine e costiere protette

Aires marines protégées canada

Fonte: Governo del Canada

 
Documento 15. I parchi nazionali del nord del Canada
parcs nationaux canada
 
Documento 16. Aree protette del Nunavik

aires protégées Nunavik

 
Documenti 17 et 18. Materiali promozionali per il turismo canadese

Tourisme au Nunavik

“L'immensità dell'estremo nord, la sua cultura millenaria, i suoi paesaggi spettacolari, le sue avventure esaltanti. Accompagnato dalle nostre guide Inuit, fai il viaggio della tua vita. Una vetta maestosa e un'ascesa vertiginosa, le aurore boreali grandiose e il meglio della tundra, un eterno cratere con acque cristalline e torrenti ribelli ti aspettano”.

Le "nostre" guide Inuit, anche se vengono citate, non compaiono nel paesaggio: vediamo solo la grande natura selvaggia, incarnata dai motivi paesaggistici della tundra a perdita d'occhio e dei caribù. Solo l'elicottero segna una presenza antropica, temporanea ma straordinaria.

Fonte: Quebec original [pagina scomparsa dopo la sua consultazione]

Tourisme au Nunavik

La banchisa, il fiordo e i suoi iceberg sono i leitmotiv del paesaggio. La nave da crociera e il gomone come unica presenza antropica temporanea. Fonte: Vincent Groizeleau, « Le tourisme en plein essor en Antarctique », Mer et Marine, fotografia di Vincent Groizeleau.

 

Il paradigma della finitezza ecologica, vale a dire nell’Artico lo scioglimento della calotta glaciale del Polo Nord, l’estinzione delle specie e l’esaurimento delle risorse fossili, ha anche portato a una frequentazione turistica che aspira a contemplare uno degli ultimi confini naturali del mondo. Come il successo della Terra del Fuoco in Antartide, il turismo di una natura estrema, “selvaggia” e incontaminata si sta rivolgendo verso l’Artico. Tuttavia, il costo delle destinazioni artiche limita la ricerca ai più fortunati. Le crociere che hanno inaugurato il Passaggio di Nord-Ovest negli ultimi due anni, fanno parte di questo redditizio turismo. Le navi fungono da vedetta inquietante durante il periodo estivo con una banchisa che si disgrega e si scioglie: una delle offerte del turismo à la carte “dell’ultima possibilità ” o Doomsday tourism (« turismo dell’apocalisse »). Resta il fatto che il numero dei turisti, a parte i crocieristi, è basso a causa dei prezzi proibitivi e i turisti stabiliscono pochi contatti con gli abitanti locali (Chanteloup, 2012).

Dulcis in fundo, le pratiche di un fronte pionieristico, insite nel ritratto del Wilderness, sono in costante aumento con i vari lavoratori temporanei che investono i villaggi da pochi giorni a pochi mesi, ma raramente per diversi anni: citiamo il “ragazzi dell’edilizia”, geometri, che lavorano alla ristrutturazione e all’ampliamento dei villaggi, supervisori edili e i minatori, i servizi governativi del Québec che forniscono assistenza sanitaria, i medici i dentisti e i veterinari “volanti”, “gli assistenti sociali, gli infermieri, gli insegnanti, i piloti e le loro squadre aeree in transito.

3. Resilienza e paesaggi dell’inuititudine: la Madre Terra spirituale e nutrice

L’inuititudine è una reazione alla colonizzazione e alla globalizzazione. È l’espressione dell’essenza della cultura Inuit così come è prodotta dagli stessi Inuit oggi. Appare anche come una forma di resilienza con alternative al modello occidentale.

La visione olistica Inuit del mondo non è mai stata dissociata come in Occidente sin dal Rinascimento. Di conseguenza, gran parte degli Inuit, abitanti dell’Artico canadese, non considera il proprio ambiente un oggetto ma un insieme coerente, creato e organizzato a lungo termine da Madre Terra. L’animismo - una forma di olismo - non è una religione, ma una spiritualità che governa uno stile di vita comune degli esseri viventi, uniti dalle loro menti. Ciò si riflette nell’economia contemporanea, in particolare nei modelli imprenditoriali Inuit, basati sul modello delle cooperative e dell’organizzazione comunitaria (Martin, 2003): il negozio di alimentari, l’albergo, il congelatore, l’aeroporto sono unici in ogni comunità ed etichettati “Coop”; lo stesso vale per le compagnie aeree inuit. Il concetto di Madre Terra implica anche che la proprietà privata non esiste e anche se i programmi federali e provinciali mirano a svilupparla tra gli abitanti, quest’ultima rimane rara e poco attuata.

Di conseguenza, sebbene la colonizzazione euro-canadese abbia comportato un certo confronto con l’alterità, resta il fatto che la rappresentazione Inuit dell’Artico rimane al centro della loro identità (Collignon, 1995) e si esprime nelle azioni e nei negoziati portati avanti dai loro organismi di governo (per esempio, nel Nunavik le società Makivik e Kativik). Da qui, per esempio, una comprensione inuit delle variazioni dell’orso polare diversa da quella dei ricercatori occidentali, o ancora una diversa percezione dei parchi nazionali visti soprattutto come “luoghi di riposo” e non come spazi per la protezione di una natura in pericolo e di cui si interrogano sulla proprietà del perimetro.

Le forme di resilienza inuit includono alternative come la moltiplicazione delle capanne sul territorio in reazione alla sedentarizzazione, il mantenimento dei pasti sul pavimento delle case su un cartone per i pasti costituito da country food (Figura 8); l’insegnamento dell’Inuktitut nella scuola materna e part-time nella scuola elementare e il mantenimento preponderante della lingua nelle conversazioni quotidiane; le appropriazioni come quelle dell’alfabeto sillabico creato dai missionari per scrivere in Inuktitut, che ha permesso la scrittura di un primo dizionario Inuktitut da parte di Taamusi Qumaq; lo sviluppo della tecnologia digitale e dei social network e le numerose pagine comunitarie di Facebook che completano la radio della comunità come mezzo di scambio e di comunicazione all’interno dei villaggi ...

3.1. La Madre Terra artica e la spiritualità ambientale

La rappresentazione del mondo artico animista è portata dal mito della Madre Terra, che organizza le anime che ha partorito sotto diversi aspetti fisici, tra cui l’Inuk (“essere umano” in Inuktitut, parola di cui Inuit è il plurale), ma anche animali e certi spiriti che si possono incontrare in particolare nei territori. La storia orale inuit è soprattutto l’espressione della continuità di interiorità tra uomo e animale (Saladin d’Anglure, 1990). Per esempio, la storia di Sedna, figura tutelare del mare, racconta che i mammiferi marini hanno avuto origine dalle dita di questa donna che suo padre ha tagliato mentre si aggrappava alla sua barca dopo che era stata gettata in mare. Con questo sistema di credenze la natura è socializzata e, quindi, non è un oggetto distanziabile, esterno in quanto tale. Questo è il caso di una connessione fisica tra le parti del corpo Inuit e le forme dell’ambiente artico: uno stesso termine Inuktitut può, per esempio, designare sia il bordo dell’occhio che una baia (Therrien, 2005).

Document 19. Trailer del videogioco Never Alone

Il videogioco Never Alone presenta una giovane Inupiat (Inuit dell'Alaska) in costante interazione attraverso l'aiuto reciproco o lo scontro con animali e spiriti.

Il mondo Inuit, quindi, è organizzato e plasmato attorno a diverse figure tutelari dotate di un’anima e incarnato da uomini e animali : Nuna rappresenta la Madre Terra, Sila si riferisce allo spazio della volta celeste tra terra e mare e Tariuq allo spazio marino, ma che appare come un prolungamento della terra durante la formazione della banchisa in inverno. La visione inuit di queste diverse entità è quindi ampiamente segnata da questa interconnessione tra gli esseri viventi, sia attraverso il simbolismo dell’inukshut che dell’aurora boreale. Allo stesso modo, l’attaccamento inuit alla grandiosità dei panorami e alle monumentali forme geomorfologiche deriva dall’analogia che gli Inuit stabiliscono tra la millenaria resistenza geologica e la resilienza ancestrale del popolo Inuit. Così, la foce di un fiume, i piedi di una collina o una spiaggia, prendono vita sotto lo sguardo dell’abitante (Joliet e Chanteloup, in stampa, Chanteloup et al. , 2017).

Documento 20. Inukshut e aurore boreali, Nunavut

Inukshut — Gilles Chanteloup, 2005, Nunavut.

Il termine inukshut, letteralmente "uomo di pietra", designa un tumulo costruito da un Inuit per indicare una direzione. L'inukshut Incarna l'anima del suo autore. Foto: Gilles Chanteloup, 2005, Nunavut.

 

aurores boréales — Gilles Chanteloup, 2002, Nunavut.

Una leggenda Inuit è all'origine del nome che designa l'aurora in inuktitut. “Una coppia precedentemente sterile ha un figlio dopo che il padre ha visto dei raggi di luce nel cielo. Lui e sua moglie hanno poi la gioia di avere un figlio, battezzato Arsaniq. Anni dopo, Arsaniq, ormai adolescente, perde il padre in una tempesta. Inconsolabile, la madre di Arsaniq muore di dolore poco dopo. Un giorno, l'orfano vede a sua volta le forme luminose di cui gli aveva parlato il suo defunto padre. Sentendosi irresistibilmente attratto da loro, diventa lui stesso un raggio di luce. Da allora, gli Inuit chiamano l'aurora arsaniq.”

Fonte : Objectif Nord, Télé-Québec. Foto: Gilles Chanteloup, 2002.

3.2. Nutrire il corpo e calmare l’anima inuit

Popolo di cacciatori-raccoglitori, gli Inuit sono ontologicamente legati alla Terra (madre) che li nutre. Mentre la sedentarizzazione ha cambiato profondamente i modelli di consumo e il cibo trasformato rappresenta la vita quotidiana degli individui, l’attaccamento al country food rimane un pilastro dell’identità inuit. Il successo della junk food [cibo spazzatura] importato con la colonizzazione e poi la globalizzazione, e i problemi di salute che provoca (obesità, diabete), non hanno ostacolato il gusto per la selvaggina cacciata o pescata e non possono sostituire nelle preferenze alimentari un pezzo di caribù o di maqtaa (grasso di balena). La natura artica rimane, quindi, una fonte di sostentamento per il popolo Inuit, che nei loro viaggi ora più brevi, apprezza ancora la caccia, la pesca e la raccolta tanto quanto il cibo che fornisce loro.

Documenti 21, 22, 23. Macellazione di una foca, evoluzione delle pratiche venatorie, pasto tradizionale di country food.
Découpe d’un phoque — Gilles Chanteloup, 2002, Nunavut. Évolution des pratiques de chasse — Fabienne Joliet 2011 country food — Laine Chanteloup, 2015, Nunavik

A sinistra: Macellazione di una foca, Qikiqtarjuaq, Nunavut. Foto: Gilles Chanteloup, 2002. Al centro: evoluzione delle pratiche venatorie, Umiujaq, Nunavik. Oggi la caccia si pratica su dei tempi più brevi e con fucili e motoslitte, sulla durata di un week-end. Foto: Fabienne Joliet, mars 2011. A destra: pasto tradizionale a base di country food, Umiujaq, Nunavik. Il caribù e la pernice bianca si mangiano crudi, macellati con il coltello tradizionale Inuit, l’ulu. Gli Inuit macellano e mangiano il cibo tradizionale sul pavimento della cucina, come nella tenda o nell’igloo. Fotografia: Laine Chanteloup, 2015.

Oggi, però, questo cibo sta diventando pericoloso da consumare a causa dell’inquinamento accumulato nei grassi degli animali marini, come il mercurio nel pesce o nuovi parassiti che si sviluppano nella carne animale. Inoltre, le pratiche di caccia e pesca diventano sempre più costose o addirittura difficili da attuare a causa dello sviluppo dell’economia di mercato e delle ore imposte dal lavoro dipendente. Inoltre, si sono notevolmente evolute con le nuove tecnologie e la presenza di motoslitte, barche a motore, armi da fuoco; il progresso tecnico consente oggi l’emergere di un’agricoltura artica con lo sviluppo di serre in diverse comunità (Martin, 2003). Queste serre, prodotti di un’alterità euro-canadese, partecipano alla produzione di piccoli frutti e piante locali e mirano a reinserire le comunità in un’autonomia alimentare che resta, comunque, fortemente dipendente dalle stagioni (documento 24, Lamalice et al., 2016).

Documento 24. Progetto di ricerca sull'agricoltura artica in serra

Annie Lamalice

Fonte: Annie Lamalice, https://www.polarharvest.com/paysages-comestibles-et-agriculture-nordique-pour-la-souverainete-alimentaire/

 

Al contrario del mito del Grande Bianco, anche le stagioni degli Inuit sono molto diverse. In particolare, sono definite dal vagabondaggio della selvaggina e dalle pratiche di raccolta associate, dal ciclo di vita animale e vegetale, dalla durata dell’insolazione, dal grado di copertura della neve o del ghiaccio, dallo stato della neve.

Documento 25. Ruota dei stagioni inuit, secondo Collignon, 1996

Béatrice Collignon 1996 — roue des saisons inuites

Figure riprodotte con la gentile autorizzazione di Béatrice Collignon.

Béatrice Collignon 1996 — roue des saisons inuites

La visione Inuit del mondo riunisce esseri umani, spiriti, animali ed elementi del paesaggio; il paesaggio artico è parte integrante del corpo Inuit e, quindi, è alla base del suo benessere. Il territorio, quindi, è fonte e risorsa non solo per il corpo, ma anche per la salute mentale delle persone che oggi lo vedono come luogo di serenità e di appagamento di fronte al disagio e alle problematiche sociali legate ai villaggi. Questo scambio con il territorio, ma anche con le diverse componenti della visione olistica inuit, siano essi animali o spiriti, si esprime attraverso rituali attuati durante l’uccisione di animali o nelle cerimonie, con i canti di gola e la condivisione di storie orali tra anziani e giovani.

Conclusione

L’Artico canadese, quindi, è plurale, sfaccettato, un crogiolo di influenze, sguardi, desideri diversi, lacerati e ricomposti tra articismo e inuititudine. Fonte di fascino per gli euro-canadesi, questo territorio è oggi un importante cuore geopolitico e diplomatico internazionale delle questioni sollevate dai dibattiti intorno all’Antropocene : storie diverse e valori associati si intrecciano, si confondono e talvolta svaniscono di fronte al progresso tecnico e ai desideri di conquista per padroneggiare sempre meglio questo ambiente ai limiti dell’ecumene, in cui si inserisce la lotta al cambiamento climatico. Ultima frontiera per alcuni, questo territorio resta anche per altri l’estensione del corpo e dell’identità inuit. Per questo motivo queste stesse problematiche sono state affrontate diversamente e richiedono un maggiore riconoscimento e considerazione degli Inuit sulla scena nazionale e internazionale. Più che un riconoscimento politico è oggi fondamentale tener conto delle loro cosmovisioni. Perché qualsiasi intrusione nelle terre artiche, qualsiasi decisione politica, economica o ecologica, che sia finalizzata allo sfruttamento o alla protezione delle risorse naturali, è vissuta come un processo di amputazione del corpo Inuit. Per questo, di fronte alle sfide contemporanee del cambiamento climatico, l’attivista politica nunavimmiut (Inuit di Nunavik) Sheila Watt Cloutier fa riferimento ai diritti umani e chiede il “Diritto di avere freddo”, perché il problema dell’aumento delle temperature non è solo una questione di scomparsa della banchisa o degli orsi polari da essa dipendenti, né di eventi climatici eccezionali. È anche e soprattutto una questione di sopravvivenza e considerazione culturale, soprattutto delle conoscenze autoctone, particolarmente ricercate dagli Occidentali dopo averla disprezzate.

Documento 26. Manifesto per una campagna di Greenpeace: l’Artico senza uomini.

Greenpeace : Arctique l'innocence en danger

Il manifesto mostra un mondo bianco, fragile e "innocente", minacciato dall’avidità e dall’estrazione delle sue risorse. Non c’è alcuna allusione alle popolazioni autoctone che vivono nell’Artico. Quindi, in questo manifesto, il salvataggio dovrebbe venire da un Occidente allertato?

 

Bibliographie

Références citées
Bibliografia complementare
  • Alethea Arnaquq-Baril, 2016, Angry Inuk, 85 min, Unikkaat Studio Inc
  • Chanteloup L., 2013, “Wildlife as a touristic resource in Nunavut”, Polar record, vol. 49 (3), 240-248
  • Chanteloup L., Joliet F. & Herrmann T.H. (2019), “Learning and insights from a participatory photography project with Cree and Inuit about the land (Nunavik, Canada)”, Polar Geography
  • Chartier D., 2005, « Au-delà, il n’y a plus rien, plus rien que l’immensité désolée. Problématique de l’histoire de la représentation des Inuits, des récits des premiers explorateurs aux oeuvres cinématographiques », Revue Internationale d’Études canadiennes/International Journal of Canadian Studies, vol. 31, p. 177-196.
  • Joliet, F., Chanteloup, L., & Nadeau, V. (2017). « Les paysages du parc national Tursujuq dans le regard de ses habitants Inuits et Cris », Bulletin de Conservation des Parcs du Québec, p. 45-48.,
  • Therrien M., Les Inuit, Paris, Les Belles Lettres, 2007, p. 57.
Sitografia

 

Ringraziamenti Questo lavoro ha beneficiato di una sovvenzione governativa gestita dall’Agenzia Nazionale della Ricerca Francese dal titolo Labex DRIIHM, nell’ambito del programma “Investissements d’avenir”, riferimento ANR-11-LABX-0010. Il presente progetto di ricerca N° 1043 NUNA è stato finanziato dall’Istituto Polare Francese (IPEV).

 

Fabienne JOLIET Professore - Agrocampus Ovest, Angers, UMR 6590 ESO

Laine CHANTELOUP Professore Associato di Geografia delle Risorse Montane - Università di Losanna, CIRM (Svizzero), UMR CNRS 6042 GEOLAB – pagina web

 

Traduzione : Cesare CENSI, direttore scientifico della rivista Il Polo. Alcune illustrazioni sono tradotti da Jean-Benoît Bouron.

 

 

Impaginazione web: Jean-Benoît Bouron

Per citare l'articolo:

Fabienne Joliet et Laine Chanteloup, "Il prisma delle rappresentazioni del paesaggio artico degli Inuit e dei Qallunaat: l'esempio del Nunavik", Géoconfluences, gennaio 2020. Traduzione di Cesare Censi, 2022. URL : https://geoconfluences.ens-lyon.fr/programmes/dnl/dnl-hg-italien/rappresentazioni-inuit

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